Il vino cerca nuove parole. E forse le abbiamo trovate a Verona
C’è un momento preciso in cui le conversazioni sparse — quelle rubate tra un banco d’assaggio e una cena, tra produttori, colleghi di penna e ristoratori — chiedono di diventare qualcosa di più. A Baccanal, uno degli eventi contemporanei al Vinitaly 2026, quel momento è arrivato.
Il tema che abbiamo messo sul tavolo era semplice nella forma, radicale nella sostanza: il vino ha bisogno di nuove voci. Forse la tua.
Le storie che non funzionano più
Per decenni abbiamo raccontato il vino con un copione rodato: il territorio, la tradizione, il nonno che pigiava l’uva. Narrazioni che hanno costruito un immaginario, certo, ma che oggi scivolano via senza lasciare traccia. Non accendono più nulla, soprattutto in chi ha vent’anni e un calice in mano per la prima volta.
Eppure, il mondo del vino è cambiato profondamente — nei vigneti, nelle cantine, nelle scelte di chi produce con rispetto autentico per la terra. Il problema non è la materia: è il linguaggio.
Tre voci, una conversazione
A discuterne eravamo in tre.
Enrico Murru, oste e cantastorie, l’uomo che ha dato magia alle notti milanesi del Rost trasformando ogni bottiglia in un racconto. È lui l’anima organizzativa dell’incontro, e a lui è toccato aprire le danze, provocandoci a mettere in campo esperienze e punti di vista.
Alessandro Trezza, socio di Tempi di Recupero e imprenditore-animatore di alcuni dei locali più vivi della scena newyorkese. Alessandro ha un’anima sensibile e una fame di sperimentazione: cerca strade nuove per portare il vino — un certo vino — verso le generazioni che ancora non lo conoscono.
E poi c’ero io, a inserire i temi di consapevolezza e attualità, a cercare linguaggi che non esistono ancora.
La parola “naturale” e il coraggio di usarla
Alessandro ha rilanciato su un punto che divide da anni: la definizione di vino naturale. Dopo un lungo periodo di battaglie per affermare la differenza con i vini convenzionali, il termine è entrato nell’uso comune degli addetti ai lavori — anche se con accezioni opposte. Per alcuni identifica l’unico vino degno di interesse; per altri è sinonimo di difetti e approssimazione.
Alessandro rivendica quella parola. Non vuole cambiarla, non vuole sostituirla con “artigianale” — termine che spesso non cattura il lavoro reale dietro certe produzioni. Vuole usarla per raccontare una storia che può coinvolgere chi cerca una narrazione accessibile, non un gergo da iniziati.
Nel suo locale di Brooklyn ha fatto una scelta radicale: ha eliminato la carta dei vini. Parliamo di oltre quattromila referenze — un patrimonio che il New York Times ha recentemente premiato. Ma la carta non c’è. Al suo posto, una conversazione. Il cliente racconta il suo stato d’animo — allegria, festa, malinconia — e l’oste propone un vino, una storia, una risposta a quel momento preciso.
I tre muri che allontanano i giovani
Ho portato sul tavolo una riflessione che mi accompagna da tempo: perché tanti giovani si sentono respinti dal vino nei locali?
Primo muro: personale inadeguato. Nessuna passione, nessuna competenza, incapacità di comunicare alcunché. La fiammella non si accende perché non c’è nessuno a soffiarci sopra.
Secondo muro: personale troppo celebrativo. La narrazione pomposa, impostata, recitata come una pièce teatrale — anche quando nessuno l’ha chiesta, anche quando nessuno la vuole. Una rappresentazione in un teatro vuoto.
Terzo muro: appassionati che non si rendono conto di parlare una lingua straniera. “Lieviti indigeni”, “sovescio”, “preparati biodinamici” — parole date per scontate che per chi è alle prime armi suonano come esclusione, non come invito.
Alessandro ha aggiunto una precisazione fondamentale: semplificare, sì. Banalizzare, mai. La sfida è modulare la comunicazione una volta capito chi abbiamo davanti e che tipo di racconto desidera.
Nessuna soluzione, molte direzioni
Abbiamo risolto i problemi del mondo del vino? No. Ma abbiamo provato a discuterne in modo diverso, a stimolare la sperimentazione di nuovi linguaggi.
Ci siamo lasciati con una certezza condivisa: solo la passione e le storie vere possono dare ai giovani uno stimolo per avvicinarsi al vino. E a Baccanal, tra i partecipanti alla rete di Tempi di Recupero, quelle storie le abbiamo trovate — insieme agli amici che le portano avanti ogni giorno.
Il futuro del vino si gioca anche sulle parole che scegliamo oggi. È il momento di sceglierne di nuove.