Mangiamo sempre più pesce e, secondo il rapporto Lo Stato della Pesca e dell’Acquacoltura Mondiale 2020 della FAO, il consumo è aumentato del 122% dal 1990 al 2018. Ciò significa che si è passati da una media di 9 kg all’anno a persona nel 1961 ai 20,5 kg del 2018. I dati, inoltre, suggeriscono che è una curva in ascesa, in quanto salirà ulteriormente negli anni a venire. Sempre secondo il rapporto sopracitato «circa il 34,2% degli stock ittici viene pescato a livelli biologicamente non sostenibili. Questa percentuale è troppo elevata e non sta migliorando a livello globale, anche se è bene sapere che il 78,7% di tutto il pesce sbarcato proviene da stock biologicamente sostenibili».

L’area di pesca che si presenta fra le più insostenibili è quella del Mediterraneo (e del Mar Nero) con ben il 62,5% di stock sovrasfruttati. I numeri non sono confortanti anche se, a causa dell’epidemia di COVID-19,  vi è stata una decrescita mondiale del settore pesca di circa il 6,5%. In alcune zone del Mediterraneo e del Mar Nero oltre il 90% dei pescatori di piccola scala sono stati costretti a fermarsi per l’impossibilità di vendere il pescato, situazione spesso aggravata dal calo dei prezzi. Ciò non ha diminuito la vendita al dettaglio che è addirittura aumentata per il pesce surgelato, in scatola, marinato e affumicato. 

 
Abitudini di consumo in Italia

L’incremento del consumo di pesce a lunga conservazione è in atto da anni, tant’è che nel 2018, secondo l’Ismea, ha registrato un +2,6% in Italia. Sempre secondo l’istituto, il consumo domestico di pesce fresco si attesta sul 48% della domanda totale e che la GDO è il canale ampiamente più scelto (oltre l’80% nel 2018). Buona parte del pesce che portiamo sulle nostre tavole arriva dall’estero ed ha raggiunto 1,35 milioni di tonnellate nel 2018. Questi dati ci fanno riflettere sul come, probabilmente, la fretta e la rapidità della vita moderna si adattino meglio al consumo di prodotti surgelati e di poche specie fresche – le uniche in aumento in questa categoria – come salmone, persico, merluzzo e orata. Un consumo decisamente insostenibile.

 
Cosa possiamo fare per cambiare rotta

L’Italia, inoltre, si colloca fra i paesi europei con il più alto consumo individuale, capitanata da Milano che raggiunge i 26 kg pro capite l’anno. La GDO ha in mano il mercato e l’offerta si concentra prevalentemente su specie provenienti dal Nord Atlantico. La pesca industriale la fa da padrone in qualsiasi declinazione: fresco, surgelato e nelle preparazioni già pronte per la padella. Il salmone norvegese di allevamento tagliato a tranci, ed orate e branzini di allevamento sono le specie più reperibili. 

Non tutto è perduto e vi sono molti esempi virtuosi e sostenibili che vanno incoraggiati. Occorre instillare una nuova consapevolezza e conoscenza nel consumatore per permettergli di effettuare una scelta conscia e oculata. Informarsi – e rendere le informazioni reperibili – è fondamentale, come lo è provare a consumare nuove specie, magari all’apparenza meno succulente, ma più a portata di portafoglio e sostenibili per l’ecosistema marino. 

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