L’estate 2020 è stata una stagione particolare, di cambiamento. Dopo mesi a ‘soffocare’ nelle città, in tanti siamo stati attratti dalla montagna, con la sua aria pulita, il clima fresco e tanti spazi aperti a contatto con la natura. L’affluenza turistica è stata grandissima e i numeri lo confermano: la pandemia ci ha fatto riscoprire la montagna!
Tanti si sono trasferiti in altura, non solo per andare in vacanza, ma per lavorare ‘a distanza’ in strutture attrezzate, circondati da un ambiente più fresco e tranquillo. E chi lo dice che lo smart working in montagna, ormai ridefinito il ‘mountain working’, non prenda piede nei prossimi mesi riconnettendoci alla natura?
Per gli amanti della montagna ci sono buone notizie: secondo i dati, le ‘terre alte’ sono destinate ad assumere un ruolo di maggior centralità a livello territoriale e culturale, economico e ambientale. In contrasto all’immaginario comune, che la dipingeva come un luogo turistico fine a se stesso, la montagna potrebbe tornare – lentamente – ad essere abitata e produttiva.

Cosa significa recuperare la montagna?

Il manifesto di Camaldoli ‘Per una nuova centralità della montagna’ ci aiuta a capire meglio: dobbiamo fare attenzione a non commettere l’errore di vedere il turismo e la frequentazione occasionale come unica soluzione per lo sviluppo delle aree montane. Per contrastare il fenomeno di spopolamento che la vede ‘vittima’ dagli anni ’60, c’è bisogno di una rinascita della montagna, che deve tornare ad essere vissuta. Il fenomeno purtroppo è ancora contenuto, ma si crede crescerà, spiega il docente di geografia e coordinatore di Terre Alte, Mauro Varotto, nel suo libro Montagne di mezzo. Una nuova geografia. Questa inversione di tendenza è destinata a crescere nei prossimi anni, forse anche spinta da questo ‘strano’ momento storico che stiamo vivendo.
Anche il cambiamento climatico influisce sulla inversione di tendenza che vede al centro le montagne. Per avere conseguenze positive è necessario che sia programmato e guidato da politiche sostenibili, come suggerisce Luca Mercalli nel suo nuovo libro Salire in montagna, ultima pubblicazione dell’instancabile, per nostra fortuna, meteorologo. Ovviamente non dimentichiamoci che il rispetto della natura è la prima cosa da tenere in considerazione, innanzi tutto attraverso la corretta gestione territoriale, che passa dalla cura dei versanti e del bosco, il controllo delle aree inselvatichite e soprattutto allontanarci dall’idea di replica di una città in miniatura che invade e conquista la montagna, ma avvicinarci ad un’idea di integrazione tra territori e attività urbane e rurali.

E chi sono i protagonisti di questo cambiamento?

C’è chi resta, chi ritorna, e chi ci arriva. Sono i “nuovi montanari”: giovani coppie, famiglie, ma anche pensionati, creativi ed intellettuali che scelgono di dare vita ai loro progetti in un contesto diverso da quello cittadino. Vari studi dimostrano che queste donne e uomini coraggiosi si trasferiscono in montagna attratti dalla bellezza dell’ambiente circostante e dalla vicinanza alla natura, dalla miglior qualità della vita e dall’opportunità di svolgere attività all’aperto.
Per far sì che la montagna diventi un luogo da vivere bene socialmente ed economicamente c’è bisogno di politiche adeguate che garantiscano supporto a livello tecnologico, economico e di servizi come ha recentemente sottolineato il Prof Angelo Riccoboni dell’Università di Siena, al forum “Cibo e Città: come accelerare un futuro sostenibile” proposto da Fondazione Barilla nei giorni appena trascorsi del Festival dello Sviluppo Sostenibile. Perché le nuove piccole realtà siano redditizie c’è necessità di innovazione: è fondamentale che innanzitutto abbiano un accesso ad internet efficiente, ma ci vuole anche aiuto e collaborazione da parte dei centri di ricerca. Un esempio di progetto a sostegno dei “montanari per scelta” è ‘Vieni a vivere in montagna’ sviluppato nell’ambito di ‘InnovAree’, che offre servizi gratuiti di networking e mentorship per promuovere i progetti di coloro che scelgono di spostarsi a vivere e lavorare in montagna.

Come possiamo contribuire?

Se l’idea di seminare e raccogliere, allevare o produrre in montagna ti sembra una scelta impegnativa, è perché lo è. I grandi cambiamenti della vita sono ponderati in relazione alle attitudini personali e familiari ed ognuno deve seguire la propria natura ma se comunque vogliamo sostenere lo sviluppo della montagna ci sono altri modi per dare un piccolo contributo. Ad esempio come sta facendo il progetto ‘AppenninoPOP’ con un documentario su chi ha scelto di vivere e resistere nelle terre dimenticate. Oppure seguire e supportare progetti come Rewilding Europe e Rewilding Appennines, che incentivano a sviluppare ambienti e territori trascurati creando esperienze a contatto con la natura e favorendo la costituzione di reti di imprenditori. Possiamo aiutare a diffondere le storie che parlano di chi sceglie di riappropriarsi delle montagne per avvicinare un pubblico giovane ma soprattutto nuovo a prendere parte a questo ‘recupero’.

 

Crediti foto:
1) Chiara Cerruti
2) https://www.ilgiornale.it/news/i-contadini-montagna-che-danno-caccia-ai-semi-antichi-1622974.html

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